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Il Blog 
29 Dicembre 2011
ROCK HAMLET: 14 e 15 GENNAIO 2012 TEATRO CAMPLOY. RECENSIONE ON LINE 07/2011
Un musical rock capolavoro inaugura
Teatro nei cortili a Verona.
Se Shakespeare
e il rock vanno d'accordo.
Servizio di Sergio Stancanelli.
VERONA - Fra le cose che più detesto, non posso sopportare e da cui rifuggo
trovano posti privilegiati gli spettacoli volgari, il tifo calcistico, la
musica demenziale. Da quest’ultima al rock non corre molta differenza: ma un
po’ sì, un po’ ci corre, tant’è che la sera in cui, dopo altri spettacoli fuori
rassegna di cui ho dato conto, il parco dell’Arsenale ex austriaco di Verona si
apriva ufficialmente per l’Estate 2011 alla rassegna “Teatro nei cortili”
organizzata dall’Assessorato alla cultura del Comune, non ho mancato d’esser
presente e non ho temuto di prender posto a pochi metri dal palcoscenico
nonostante che lo spettacolo inaugurale, che si protrarrà per una settimana,
rechi nel titolo la minacciosa parola «rock».
Non rifarò ora qui la storia di questo genere di musica che, derivato dal
boogie-woogie giunto presso di noi con la fine della guerra, sorse negli Stats
una diecina d’anni dopo per soppiantare quella musica leggera piatta, monotona
e inconsistente che aveva fatto il suo tempo e sopravviveva nelle balere e nei
balli campagnoli. Non v’ha dubbio che Elvis Presley, Paul Anka, Neil Sedaka, e
in Italia Tony Dallara, facessero musica. Solo un altro quinquennio tuttavia
doveva passare perché quello che era stato il rock ‘n ‘roll e che aveva
generato in America “the Platters” e in Gran Bretagna “the Beatles” degenerasse
in una nuova musica di consumo, scaduta nel semplice termine «rock», dove
melodia e armonia sono assenti e trionfa solo il ritmo, espresso mediante
fragori esasperati generati elettronicamente. Un fracasso ritmico (la ritmica è
solo un accessorio della musica, ma di per sé non è musica) dove degli elementi
costitutivi della musica (la melodia orizzontale e gli accordi verticali) non
c’è nulla. Oltre tutto, anche le parole, che di per sé non sono musica, spesso
vanno riprovate per la loro volgarità.
Lo spettacolo cui mi accingevo ad assistere, titolato Shakespeare + queen rock
Hamlet, tuttavia, era, come è, dovuto alla compagnia “Soledarte” fondata da
Varhynia Ziliotto nel 2006 e nata dall’esperienza ultra decennale della sua
scuola di danza, di cui mi sono occupato già in passato (vedi “Il musical di un
sogno”,
agosto? 2009) così come dell’attore e regista shakespeariano Solimano
Pontirollo il cui avvento nella Compagnia ha portato a fondere danza e
recitazione e, nel 2010, alla nascita di “Soledarte doc academy”, scuola di
musical.
Alle 21.30, dopo una sollecitazione manuale del pubblico in attesa da un quarto
d’ora, lo spettacolo ha inizio. È l’Amleto così come lo scrisse William
Shakespeare: solo che anziché essere i soldati di guardia sugli spalti a vedere
il fantasma del Re, son delle ragazze a interrogarlo e parlargli. Da qui in poi
lo spettacolo si
dipana non come testo di prosa bensì come musical, e descriverlo non è
possibile, bisogna vederlo. E udirlo, ovviamente: ma soprattutto vederlo, per la
danze scatenate che le coreografie della Ziliotto mettono in atto: capolavori
di coreografie per originalità, significanza, complicanza, difficoltà, che le
diciotto danzatrici, tutte di una abilità assolutamente fuori del comune,
affrontano con apparente disinvoltura e risolvono in una perfezione che ha del
mostruoso, piegandosi ripiegandosi avvolgendosi infilandosi l’una nell’altra
riuscendone come serpenti in atto di esibirsi in prodezze mai mostrate prima,
in un’armonia complicatissima ma sempre perfetta di gesti e movimenti
acrobatici e velocissimi che credo di poter definire solo dichiarandoli una
sinfonia di gestualità.
Ma oltre a vedere c’è anche da udire: perché l’orchestra suona in maniera
meravigliosa, affascinante, coinvolgente, e non m’importa che si tratti di
rock: è musica, non fracasso, sono strumentisti quelli che suonano, non
apparati elettronici: e d’una bravura da destare invidia. Si tratta dei
componenti di un
complesso denominato “Allegro vivo bis” costituitosi inizialmente nell’estate
2004 e poi allargatosi alla formazione attuale di nove elementi, sette dei
quali presenti: flicorno Giordano Sartoretti, chitarre Luigi Jamundo, Damiano
Salazzari e Andrea Veronesi, c.basso Nicola Miglioranzi, tastiere Alessio De
Antoni,
batteria Nicola Favari.
E dopo i nomi dei bravissimi musicisti della live band, ecco quelli delle
incredibili danzatrici, che si stenta a credere muovano i propri corpi e i
propri arti e le mani e le dita e gli occhi col solo intervento dei propri
muscoli e della volontà. Oltre che per la maestria della maestra. Tatiana
Alberti, Licia Arduini, Michela Bellesini, Alice Benedetti, Nadia Benedetti,
Annapaola Gaspari, Sara Giuliani, Francesca Ignone, Giulia Leo, Beatrice
Marcolini, Giorgia Olivieri, Giorgia Pasetto, Alessia Ponte, Alice Signoretti,
Valentina Tagliente, Giulia Tomelleri.
Ed ecco infine il cast degli attori e cantanti (preparati da Alberto Salaorni):
Alice Benedetti è Amleto, Giorgia Olivieri è Gertrude, Licia Arduini Ofelia,
Francesca Ignone Laerte e York, Giulia Leo (anche Francisco e anche 1°
becchino) e Giulia Tomelleri (anche Bernardo e becchino 2°) sono Rosencrantz e
Guildenstern, Nadia
Benedetti Orazio, Gianluca Lovato Claudio, Stefano Del Manso Polonio, Marco
Residori Osric.
Dalle note di regia sul programma di sala (fotocopiato alla buona dimostrando
che quando c’è la buona volontà tutto si può fare) stralciamo: « Rock Hamlet
nasce dall’ascolto delle musiche dei “Queen” (che a questo punto il cronista
capisce non sta a significar “regina” bensì è il nome d’un gruppo musicale e va
scritto con l’iniziale maiuscola) e dalla loro capacità di raccontare
l’evolversi della tragedia». Di fatto, un altro testo con cui, sempre sul
programma di sala, il lavoro viene presentato allo spettatore, ribadisce che le
musiche sono dei Queen e ci informa che si tratta di una delle più grandi rock
band del mondo. «Rock
Hamlet è messo in scena per la prima volta a Verona» ma non ci si dice se è una
creazione del gruppo rock inglese, già rappresentata altrove nel mondo, o della
compagnia di teatro-danza Soledarte & della band Allegro vivo bis, per cui
la messa in scena veronese sarebbe una prima assoluta. Nel curriculum dei Queen
che ho consultato non ho trovato traccia di uno spettacolo dedicato ad
“Hamlet”.
D’altra parte i nomi degli artefici dello spettacolo sono tutti italiani, anzi
veronesi, e quasi tutti fanno parte della Compagnia: Solimano Pontarollo
adattamento e regia (e luci), arrangiamenti strumentali Giordano Sartoretti,
arrangiamenti vocali Mauro Pagany, scene di Loris Giavara del teatro
Estravagario, costumi di
Alice Benedetti, collaborazioni per le luci e per il sonoro delle compagnie
Tabula rasa e Music theatre co. Il teschio di Yorik è un’opera d’arte scultorea
di Marco Residori.
Ma oltre al programma di sala che si è detto, disponibile per tutti (la platea
era strapiena di pubblico, non solo giovani, e tutti plaudenti con entusiasmo),
c’è - probabilmente in tiratura limitata - un lussuoso più che elegante
opuscolo illustrato di 20 pagine dove, oltre ai testi che abbiamo menzionati,
vengono specificate
una ad una le undici scene che si succedono e sono riportati negli originali
inglesi e in traduzione tutti i testi delle canzoni.
16 Dicembre 2011
SHAKESPEARE + QUEEN: ROCK HAMLET!
TEATRO CAMPLOY Via Cantarane, 32 - VERONA 14 gennaio h. 21.00 – 15 gennaio h. 16.30 SHAKEPEARE + QUEEN
ROCK HAMLET CAST: Personaggi ed interpreti: AMLETO ALICE BENEDETTI CLAUDIO GIANLUCA LOVATO GERTRUDE GIORGIA OLIVIERI POLONIO STEFANO DEL MANSO OFELIA LICIA ARDUINI LAERTE FRANCESCA IGNONE ROSENCRANTZ GIULIA LEO GUILDENSTERN GIULIA TOMELLERI ORAZIO NADIA BENEDETTI BERNARDO GIULIA TOMELLERI FRANCISCO GIULIA LEO COMICO RE FRANCESCA IGNONE BECCHINO 1 GIULIA LEO BECCHINO 2 GIULIA TOMELLERI OSRIC MARCO RESIDORI ALLEGRO VIVO BIS LIVE BAND CHITARRE: Andrea Veronesi CHITARRE: Damiano Salazzari CHITARRE: Luigi Jamundo BASSO: Nicola Miglioranzi FLICORNO e CORI: Giordano Sartoretti TASTIERE: Alessio De Antoni BATTERIA: Nicola Favari CORPO DI BALLO Tatiana Alberti, Annapaola Gaspari, Beatrice Marcolini, Sara Giuliani, Alice Signoretti, Giorgia Pasetto, Michela Bellesini, Alessia Ponte, Valentina Tagliente, Francesca Ignone, Giorgia Olivieri, Alice Benedetti, Licia Arduini, Nadia Benedetti, Giulia Tomelleri, Giulia Leo. ADATTAMENTO E REGIA: SOLIMANO PONTAROLLO COREOGRAFIE DI VARHYNIA ZILIOTTO ARRANGIAMENTI ALLEGRO VIVO BIS: GIORDANO SARTORETTI PREPARAZIONE CANTO CAST: ALBERTO SALAORNI ARRANGIAMENTI PREPARAZIONE CANTO: MAURO PAGANY COSTUMI: ALICE BENEDETTI – Realizzati da: ENRICA MONTONCELLO TECNICO AUDIO: MARCO RECCHIA DISEGNO LUCI: SOLIMANO PONTAROLLO ELABORAZIONE GRAFICA STAMPE: MARIO BORCHIA UFFICIO STAMPA: STAFF SOLEDARTE FOTOGRAFO UFFICIALE: GIOVANNI MORANDINI PRESENTAZIONE Le musiche di una delle più grandi rock band, i Queen. La genialità di una delle più grandi opere teatrali, l’Amleto di Shakespeare. Il rispetto, il timore, il divertimento, la profondità e l’incoscienza nell’affrontarli da parte di cast, corpo di ballo e band live. Ecco i componenti della miscela esplosiva dal titolo ROCK HAMLET. Gli equilibri, le consuetudini, gli stereotipi vengono scardinati: Ofelia, Laerte, Orazio, Amleto, tutti gli interpreti sono tutti noi, e in noi si riconoscono. Non è più necessario essere maschi, femmine, anziani o giovani: tutti gridano i disagi, le paure, le necessità di un mondo in cambiamento. Perché Amleto lo conosciamo tutti: è dentro di noi, di ciascuno di noi, come MESSA a cui tutti siamo in grado di partecipare, se c’è un officiante. Una messa di cui conosciamo a memoria le preghiere. Niente è come prima, prima ancora che niente sarà come prima. Un vortice che ha il suo fulcro in Amleto, che affronta questa realtà con la sincerità del suo essere umano. pieno di paura, forza, energia, dubbi, sofferenze e fragilità. Amleto che siamo tutti noi. Un vortice che ha il suo specchio nella band, immagine riflessa, cercata, amata, temuta, simile a fantasma amico o nemico, da abbracciare o da fuggire. Il fantasma buono o cattivo che abbiamo dentro tutti noi. TRAMA Amleto, principe di Danimarca, in lutto per la recente morte del padre, subisce il matrimonio della madre, la regina Gertrude, con Claudio, fratello del defunto re. Il padre appare ad Amleto come fantasma per rivelargli che il suo assassino è Claudio. Amleto cercherà di vendicarlo con l’unico aiuto dell’amica Orazio. Per questa via perderà l’amore di Ofelia, che impazzisce e muore, e ne ucciderà il padre, Polonio, consigliere del re Claudio. Laerte, sorella di Ofelia, rientra in patria per vendicare il padre e con il re Claudio pianifica la morte di Amleto. NOTE DI REGIA Quando ascolti una musica e ti “appare” una scena c’è solo una cosa da fare: vedere se è vero. Rock Hamlet nasce dall’ascolto delle musiche dei Queen, e dalla loro capacità di raccontare l’evolversi della tragedia. L’incontro con gli Allegro Vivo Bis ha rafforzato questa convinzione, ritrovando il loro le motivazioni di crescita e confronto artistico necessari per ogni grande impresa. Nello svilupparsi delle prove è apparso che Amleto è il racconto dell’uomo, simbolicamente rappresentato nelle tre età dai doppi ruoli rivestiti dagli stessi interpreti, che attraversano come soldati la fase emotiva, come Rosencrantz e Giuldenstern la fase riflessiva e come Becchini la fase conclusiva della vita. Lo spazio è una reggia dove tutti sono costretti a recitare una parte, come nella vita. Dove uomini o donne non fa differenza, tutto è fuori controllo, sottosopra, niente è stabilito e tutti vivono il loro dramma intorno al grande dramma, quello di Amleto. Amleto, personaggio uomo, raccontato da una donna che con la sua sensibilità vive e soffre in una cornice dove “tutto è scardinato” e proprio a lui è toccato di rimetterlo in sesto: con l’azione, la parola e la musica. LE CANZONI: DOVE E PERCHE’ 1. WE WILL ROCK YOU - siamo all’inizio e il fantasma è tutto quello che ci circonda: la storia, noi, il pubblico. We will rock you afferma che il rock ci aiuterà a vivere l’Amleto. 2. HEADLONG – Amleto ha appena assistito alle nozze della madre con il fratello del padre ormai morto. Headlong è la rabbia di Amleto che esplode verso lo zio, la madre e la situazione che sta subendo. 3. FAT BOTTOMED GIRL – Laerte e Ofelia si lasciano. La regina con la band trasforma il saluto in un bel gioco in cui le due sorelle si punzecchiano a vicenda. 4. ONE VISION – Appare lo spirito del padre ad Amleto. Un uomo, una missione recita la canzone: così sarà per Amleto. 5. I WANT TO BREAK FREE – Rosencrantz e Guildenstern incontrano Re e Regina, che superficialmente, tra un karaoke e l’altro, chiedono loro di occuparsi del malessere di Amleto. E’ l’emblema del disinteresse verso il figlio, del preferire il divertimento al problema da affrontare, dell’irresponsabilità, del desiderio di essere “liberi” di far finta che, oltre la coppia Re-Regina, il mondo non esista. 6. CRAZY LITTLE THING CALLED LOVE – Polonio crede aver trovato nell’amore rifiutato di Ofelia il dramma di Amleto. Insofferente verso l’approfondimento la regina canta scherzandoci sopra la “pazzia d’amore”, finendo per deridere Polonio, che subisce anche l’umiliazione da Amleto stesso. 7. INNUENDO – E’ il dramma di Amleto: essere o non essere … che è poi il dramma di tutti noi. Amleto chiede a Ofelia (ma a tutti noi) di essere veri, ne percepisce il tradimento (ordito da Re e Polonio) e la rifiuta. 8. INVISIBLE MAN – Siamo alla “trappola per topi”recita con cui Amleto vuole penetrare nell’animo del Re Claudio per capire se le accuse del fantasma sono vere. L’attore è manovrato dall’uomo invisibile, simbolo della forza di immedesimazione e catarsi del teatro, che riprodurrà l’assassinio da parte di Claudio del fratello Re. 9. BOHEMIAN RHAPSODY – madre e figlio, Regina e Amleto, finalmente di fronte: scontro, accuse, aggressione, ma riunione: proprio quando Amleto non può più tornare indietro (ha appena assassinato Polonio) il legame più forte, quello del figlio con la propria madre, si ricompone. 10. WHO WANTS TO LIVE FOREVER – Ofelia è morta, suicida, lasciata a sé stessa, alla sua impotenza davanti agli eventi che le hanno tolto i sogni, l’amore, l’amato e il padre. La regina racconta la vita che non aspetta, che non lascia tempo a chi ne ha disperato bisogno, a chi non ha più nessuno. 11. SHOW MUST GO ON – presagi di morte avvisano Amleto, ma ormai va fino in fondo. Il duello architettato dal re con Laerte per avvelenarlo è pronto, e Amleto, la regina, Orazio, la corte, tutti ci si tuffano per la ineluttabile fine.
26 Novembre 2011
CASA SHAKESPEARE
CASA SHAKESPEARE
Per un attore europeo
Scuola di
specializzazione e qualificazione shakespeariana
1.
Motivazioni.
L’idea “Casa Shakespeare” nasce con
l’intento di fornire all’attore uno strumento che nel corso degli anni
diventerà indispensabile: la coscienza e la conoscenza di una cultura comune
europea che si affianchi alla specificità della cultura del territorio di
provenienza, il Veneto, e si fonda con questa.
400 anni fa Shakespeare individuò e riconobbe nella nostra
regione, nella nostra cultura, nella esplosiva energia della Commedia
dell’Arte, alcune delle caratteristiche più importanti del suo teatro. Non è un
caso che molte sue opere siano ambientate a Verona, Padova, Venezia. I
personaggi della Commedia dell’Arte furono la traccia su cui creare un mondo
teatrale ricco di contenuti, riflessioni, concetti che permeano la nostra vita.
Shakespeare, come scrive Harold Bloom nel suo saggio
“Shakespeare. L’invenzione dell’uomo”, fa vivere personaggi più vivi della
vita, ed è tra i fondatori del Canone Occidentale, vera e propria base di
cultura Europea.
Affrontare da veneti Shakespeare, il suo mondo, la sua
poetica, la sua lingua; apprendere gli strumenti per interpretare in lingua
inglese, fondendo la fisicità del corpo con la fisicità della parola; mettere
l’attore italiano in condizione di parità rispetto ai colleghi europei,
permettendogli di competere a livello internazionale; preparare l’attore
italiano per la certificazione shakespeariana più importante, quella della
ROYAL ACADEMY OF DRAMATIC ART di Londra, la scuola che da più di cent’anni dà
al teatro inglese i suoi massimi interpreti. Ecco cosa si propone CASA
SHAKESPEARE.
Il mercato globale, la necessità della lingua inglese nella
formazione scolastica, la coscienza di avere una cultura europea unitaria pur
nella specificità territoriale. La preparazione ad affrontare tutte le
necessità tecniche di allestimento in una piccola o media compagnia. Queste le
sfide dell’attore moderno, che non può limitarsi all’attesa di un provino ma
essere pronto ad intervenire nel piccolo come nel grande, all’estero come nella
scuola, conscio che solo l’esperienza continua può portare ad una vera crescita
artistica.
23 Ottobre 2011
CORSO DI TEATRO presso SOLEDARTE DOC ACADEMY
Soledarte nasce dall’incontro tra Varhynia Ziliotto, coreografa e
insegnante di danza e Solimano Pontarollo, attore e regista, entrambi con
esperienza ventennale.
Dopo la nascita di SOLEDARTE DOC ACADEMY, la scuola di danza e musical,
dello scorso anno, il percorso si completa con l’offerta di corsi di TEATRO per
BAMBINI, ADOLESCENTI e ADULTI.
L’idea base è che il teatro sia l’incontro di persone, grandi o piccoli
che siano, in carne ed ossa, con le loro unicità, le loro capacità, il loro
mondo da scoprire.
Il corpo è lo strumento che abbiamo a disposizione: esercizi,
improvvisazione, controllo di sé, vocalità sono i mezzi per esprimere sé stessi.
Con Paola Compostella il gioco diventerà mezzo espressivo per i più
piccoli.
Con Solimano Pontarollo l’energia e la carica esplosiva degli adolescenti
racconterà,. attraverso un testo teatrale, il loro straordinario passaggio.
Sempre con Solimano Pontarollo agli adulti verrà proposto un percorso per
creare in modo organico il racconto teatrale.
20 Ottobre 2011
SCATENIAMOCI
APERTE LE ISCRIZIONI!!!!!
6 Ottobre 2011
APERTE ISCRIZIONI CORSO TANGO
Sono aperte le iscrizioni per il corso di TANGO a SOLEDARTE. Il giorno d'inizio corso è fissato per mercoledì 19 ottobre alle ore 20.30 in via dell'Artigianato 38 a CASELLE DI SOMMACAMPAGNA (VR). INFO DOCENTI SU: www.soledarte.com
6 Ottobre 2011
TERZO PIANO SENZA ASCENSORE - recensione Federica Gualtieri
Chissà quanti
piani a piedi si doveva fare il povero Romeo per raggiungere la sua amata
Giulietta. Questo è il titolo di una rivisitazione di Romeo e Giulietta
presentata al teatro dell’Orologio nelle date del 1 e 2 ottobre nella sala
Orfeo per opera di un gruppo di attori di ottime capacità non solo attoriali,
ma anche innovative e sperimentali.
In scena 6
artisti, ma sul palco c’era tutta Verona. Ed è grande Verona, con tanti
personaggi appartenenti alle stirpi dei Montecchi e dei Capuleti, famiglie che
si contengono la città e l’amore e il destino di due sinceri amanti, figli di
quel tempo.
La storia la
conosciamo tutti ed è stata ripresa da diverse mani e sapienti regie, sia al
cinema che a teatro.
Questa volta a
cimentarsi è un gruppo di giovani artisti provenienti da diversi mondi
teatrali, che grazie alla traduzione di Olivia Papili – traduttrice e
adattatrice di testi inglesi e francesi per il teatro – e alla regia di
Solimano Pontarollo – regista e attore veronese, diplomato alla Royal Academy
of Dramatic Arts di Londra in Acting Shakespeare – ha dato vita ad una
particolare forma shakespeariana di Romeo e Giulietta, con personaggi
che a volte escono, e rientrano, dal proprio ruolo, ma pur sempre restandoci,
così come si entra e si resta sempre lungo il sottile confine drammatico –
comico con cui lo stesso Shakespeare amava giocare.
La regia è
ottima, il disfarsi e ricomporsi della trama non perde ritmo mai, così come
anche è ottima la scelta delle musiche che accompagnano le vicende.
Probabilmente neanche Baz Luhrman avrebbe avuto nulla da eccepire su Terzo
Piano senza Ascensore, così come si resta sbalorditi quando si scopre che
gli artisti in scena sono “solo” attori di propedeutica teatrale e non attori
professionisti veri e propri. Ci si resta quasi un po’ male per questi utimi…
6 Ottobre 2011
TERZO PIANO SENZA ASCENSORE - RECENSIONE SU navecapovolta.splinder.com
per una tragedia
Pensato il
martedì, 04 ottobre 2011, probabilmente attorno alle 00:09
Io non sono brava, a scrivere le recensioni.
Cioè, non le scrivo proprio. Non sono un critico, o cosa. La mia dose di
obiettività è stata riversata quattro anni fa nel distaccamento antropologico
della mia confederazione identitaria (cit.), e non me n'è rimasta per il
teatro. Non sono un critico, insomma, e nemmeno un attore, o un tecnico, o
altro. A volte mi imbarazzano quei cartelli che stanno nel retro dei teatri,
quelli che dicono “vietato l'accesso ai non addetti ai lavori”. Non mi
considero mai tale, nemmeno quando faccio funzioni di addetto ai lavori.
Sono una che ogni tanto sta in un teatro, ecco. Qualche volta sul palco,
in luce, e più spesso giù, seduta, al buio. Poi qualche altra volta cambiano le
cose, non è questione di su e giù, ma gira tutto. Sto a fronte.
A petto. A margine del teatro, tipo. Le geografie sono sempre
complicate, e spesso la soluzione più pratica è fregarsene ampiamente. Come fa
Shakespeare che sposta le città e i mari in maniera del tutto arbitraria, senza
che la cosa lo turbi più di tanto.
Però nei teatri ci sto bene.
E dopo tutta quest'intossicazione brechtiana che mi ha accompagnato nei mesi
scorsi, avevo – come dire – un po' bisogno. Di tornare indietro, o no, visto
che tornare indietro in alcuni casi è l'unica maniera di andare avanti, di
chiudere il cerchio lasciato aperto nel corso degli anni. Uno ha bisogno delle
proprie impronte, a volte, per capire dove andare a parare.
C'era bisogno che mi scrivesse Cyn, come quattro anni fa, e mi dicesse: scendi
a Roma?
C'era bisogno di Romeo e Giulietta. Paradossalmente. Perchè quel
testo è uno dei (miei ma non solo miei) ritorni, perchè è il primo spettacolo (saggio!
Saggio! Ho ancora nella testa la voce del Maestro che mi tira le orecchie
ogni volta che chiamo spettacoli quei nostri mezzi voli e mezze cadute,
goffaggine da albatros o da gabbianelle) dicevo, il primo spettacolo che ho
fatto. Undici anni fa. Perchè è il primo Acting che ho fatto, e in un certo
senso mi ha trascinato nell'Urbe per la prima volta, innescando una serie
pressochè infinita di successivi eventi.
Perchè ci ho sempre litigato, senza mai capire sul serio perchè. Ce l'avevo con
tutti loro. Persino con Shakespeare. Con Romeo, che nel primo atto a momenti si
suicida per Rosalina, e dopo dieci minuti si perde per Giulietta. Con
Giulietta, archetipo del tutto inconciliabile. Con Mercuzio, ce l'avevo pure
con lui perchè tirava le cuoia per un amico imbecille. Ce l'avevo con Tebaldo,
troppo ottuso, e con Paride, e con Benvolio che non c'è mai quando serve, e con
Frate Lorenzo e con la Balia e coi Montecchi e coi Capuleti e col Principe. Con
tutti quanti, col testo, con la storia. Con Verona. Con la spudorata commercializzazione
che ne è stata fatta. Con la banalità che spesso lo riveste.
È quell'astio infantile che non sa spiegare le proprie ragioni, ma punta i
piedi e mette il broncio.
Io però poi mi fido.
Le cose si ripetono sempre per una ragione precisa, per quanto spesso non la si
comprenda. Nemmeno dopo.
E allora sono scesa.
La mamma di La, che non mi conosce affatto, guardando le mie virgolette, le mie
ali in lavorazione, fa: perchè bisogna sapersi aprire e chiudere, come le
virgolette.
Non era il mio, di cerchio, da chiudere.
Ma là sotto – quando hai un teatro cripta, sei legittimato a dire: là sotto,
laggiù, voci di fantasmi dal sottopalco e tutto il resto dell'immaginifico
bagaglio mnemonico degli shakespeariani – qualcosa è andato a posto.
Scendendo dal treno, tornata nella mia Città delle Torri già buia, il lettore
mp3 come sempre in modalità random ha ben pensato di passarmi fra le orecchie
la canzone dei Dire Straits. E lì per lì ho sorriso, ma poi mi son impegnata a
capire le parole. A capire le cose. Ed è uno di quei momenti in cui ci si sente
un po' idioti, e un po' realizzati, e un po' meravigliati a basta.
Finds a streetlight steps out of the shade.
È tutta una questione di luce e ombra. E non solo perchè la luce
dei riflettori è qualcosa che ridisegna, qualcosa che brucia i contorni e mette
in evidenza, aggiunge punti esclamativi alle cose. È che è davvero una storia
di buio e luce. È una perdita di sfumature, di sincronie, di quelle zone
intorbidite che permettono il dubbio, la scelta, contemplano la possibilità di
uno scarto, di un diverso finale. C'è voluta quella luce tagliata (tagliente)
per staccare le figure dalla carta. Come nelle illusioni ottiche, dove emergono
disegni differenti a seconda che si guardi il bianco o il nero: non c'è una
figura, e uno sfondo. Non c'è un pieno, e un vuoto. C'è solo pieno e pieno,
vita e vita.
A volte me lo chiedo, che cosa ci sia, nello spazio fra due corpi. Lo spazio
che chiamiamo vuoto.
[A volte me lo chiedevo, quale fosse la minima distanza possibile fra due
corpi. Me lo chiedevo con l'Ombra, e anche lì c'era di mezzo sto dannato
testo, e Roma, e tutto.]
Non è vuoto. Prendi due calamite. Nelle ore di scienze l'abbiamo fatto tutti,
fra le elementari e le medie.
Come avviene per le cariche elettriche, due poli magnetici della stessa
natura si respingono, mentre due poli di natura opposta si attraggono.
Lo spazio fra due poli magnetici della stessa natura, quando cerchi di
accostarli contro la loro volontà (contro la loro natura, quando non sono più
quello che sono, come natura ed arte li han fatti), non è vuoto. Non è
vuoto, quello.
Non c'è vuoto fra corpi in scena.
Ci voleva una luce sfacciata a ricordarmelo, quella luce quasi molesta che
sbatte contro il bianco e nero di una faccenda dove nemmeno il sangue è a
colori. C'è chi si impressiona nei film/filmati dove scorrono litri di sangue
scarlatto, vero o finto che sia. A me fa tremare i polsi il sangue grigiastro
dei vecchi filmati in bianco e nero. È una faccenda dove il sangue non è rosso,
non so bene cosa voglia dire ma il tremore ai polsi era lo stesso, il piombo
nel diaframma era lo stesso.
Ci voleva quella luce, contro la pelle tesa, contro i muscoli, contro volti che
diventano maschere, contro la stoffa resa trasparente dal sudore, contro le
ciglia imperlate, contro la vibrazione che sfocava le mani, a tratti.
Ci voleva violare il testo. A dispetto delle apparenze, per certe cose sono
estremamente conservatrice. Non per etica, o per morale, ma per insano e
morboso affetto nei confronti di una data forma, più ancora che di una data
essenza. (e per sano scetticismo, visto lo scempio che spesso è stato fatto dei
testi di zio Will.) Ma ci voleva. Era necessario come una cauterizzazione. Come
riaprire la pelle che s'è chiusa sopra le schegge, per farle uscire. Necessario
che qualcuno prendesse in mano quel testo che amo e che odio e gli facesse una
bella autopsia. Per capire perchè mi muore ogni volta (mi muore, e mi muoio un
po', io, dentro). Necessario che qualcuno si alzasse e gridasse e dicesse: vaffanculo.
Fanculo al regista, al primo attore, a chi sta in silenzio, a Romeo e a
Giulietta.
Necessario che mi ammazzassero Mercuzio in scena, io che ho sempre
silenziosamente ringraziato Shakespeare per avermi risparmiato l'estremo
oltraggio, avermi risparmiato quella morte tanto mia, troppo mia. Vederselo
ammazzare davanti, a un metro e mezzo di distanza, con uno di quei coltelli a
serramanico che mi richiamano farfalle di ossidiana e vecchie storie, è stata a
sua volta una pugnalata. Dritta, precisa, dove impigliata trema l'oscura
radice del grido (e questa è un'intrusione, un'invasione di campo da parte
del vecchio Lorca, ma non ho mai trovato definizione anatomica più adatta di
questa, ad indicare quel punto che sempre, ineffabilmente, mi brucia di
dolore).
Ci voleva la pelle. La carne, nel senso anatomico del termine. Che
brucia e che si disfa. Ci volevano quei gradi in più di realtà, di umanità,
almeno a ricordare che in teatro quasi tutto è finto, programmato,
calcolato. Ma finto non vuol dire falso. E io i baci in scena li ho
sempre guardati, fanno parte dello spettacolo, eppure l'altra sera ho distolto
lo sguardo. Non perchè ci fosse qualcosa di diverso: erano baci di scena.
Finti, appunto. Però ho distolto lo sguardo, sorridendo, e solo dopo ho capito cos'è
che di solito è all'origine di questa mia reazione. I baci da stazione.
Che mi fanno sorridere mezzo dolce e mezzo amaro, e distogliere lo sguardo,
lasciandoli a quell'impossibile intimità in mezzo alla folla. I baci da
stazione, quelli che conosco fin troppo bene, ancora uno e poi vado, dai che
parte il treno, no, c'è ancora il capotreno giù (no, non è ancora l'alba),
ha fischiato, no, dai, aspetta. Seguirsi sugli scalini, con le porte che si
stanno per chiudere, guardarsi dal finestrino alla banchina, che quelli sulla
banchina sono giù, giù in basso, e forse i treni che partono sono l'ultima
speranza di un addio, in questi tempi. Che sai che ti rivedi, lo sai, lo sai e
lo giuri, ci rivedremo? certo! ma intanto il treno parte e ti strappa via.
Erano baci da treno. (il teatro è una cosa fottutamente soggettiva, dovrebbero
scrivere i diritti degli spettatori, come Pennac fece coi lettori. Non è
questione di comprensione, è questione di sensazione: quello che mi arriva non
è per forza quello che il regista avrebbe voluto. Ma magari è bello lo stesso.)
Ci voleva, questo fatto di cronaca. Le risse in cui i passanti si nascondono,
occhi azzurrissimi da metronomo fra paura e tensione che vanno dall'uno
all'altro, da una lama all'altra. La disperata che minaccia il gesto
estremo, e l'interlocutore che parola dopo parola pesa le sillabe per
distoglierla dall'intento, convincendola, posando con estrema lentezza e
cautela (getta le armi a terra!) il copione sul palco. Il corpo morto
che al primo tocco si disfa, s'incenera come certe mummie, si scompone (sono
slogate tutte le mie ossa) terrorizzando la poverina appena svegliatasi dal
sonno artificioso. Perchè un cadavere, per quanto amato, è pur sempre un
cadavere. I delitti insensati, i conoscenti intervistati, sembrava così un
bravo ragazzo, era una persona tanto normale.
Ho pianto. Ho riso, tanto, anche. Ma ho pianto. Da brava iperemotiva,
potrebbe dire qualcuno, era scontato. E invece no. No, cazzo, no! Non su
Romeo e Giulietta, non sulla più abusata delle storie d'amore, ricalcata così
tante volte da perdere la forma, clonata nei foglietti dei cioccolatini,
stravolta e annacquata e biascicata. Non è per la storia d'amore. L'amore quasi
non c'entra. Non è una storia d'amore, mi vien da dire. È la storia di
un casino, la storia di una guerra, perchè solamente le guerre portano le
persone al limite, le schiacciano contro al muro e le costringono a un simile
voltaggio, ad una simile intensità. È la storia di una storia che scappa di
mano, che perde il controllo. Lo perdono tutti, lì dentro, il controllo.
Sono blasfema? Sono blasfema. Anche lui, anche quello che l'ha scritta, anche
quello che non si sa se ci sia stato per davvero o se sia solamente la voce di
altre voci, anche lui, per me, ha perso il controllo.
Gli s'è magnetizzato il ferro.
È così che i naviganti perdono la rotta, quando gli va a puttane la bussola.
Ecco, è una storia di bussole andate a puttane.
(l'ho detto, non è una recensione)
E hanno senso, hanno un senso estremo i continui switch (in italiano non
è lo stesso) fra personaggi e attori, o personaggi degli attori, le continue
incursioni dentro e fuori dal teatro. Ma c'è una voce, una, che davvero buca la
quarta parete su cui per tutto il tempo zampettano i ragni.
Una.
Io sono una spettatrice anormale. Sono un'aspettatrice che a volte ha
troppe aspettative, a volte nessuna. Sono un'aspettatrice che si sente presa a
prestito e aspetta sempre di poter tornare di là.
Però quella voce ha fatto crollare qualsiasi cosa.
TI STAI DIVERTENDO?
Si può essere maiuscoli a parole. Non so cosa fosse, non so chi fosse. Romeo,
l'attore sotto romeo, un uomo, non lo so. Logiuro, vostro onore, logiuro.
Sul mio onore, non lo so, non lo conosco, e sono anche io.
Non credo si possa capire il senso profondo di un testo. Forse l'unica è
provare a capire che effetto abbia su di noi, cosa voglia dire per noi, e
perchè.
E allora per me Romeo e Giulietta è quel grido, quelle tre parole lì: ti
stai divertendo?!
Tu, tu che non so chi sei, chiunque tu sia, che hai scosso la scatola coi pezzi
e hai girato tutte le calamite, ti stai divertendo? Tu che ci hai fatto perdere
la bussola, a tutti quanti, che ci hai rivoltati in modo da attrarci e
respingerci contro ogni legge, spezzando tutti i legami e guidando senza tregua
la punta dei coltelli. Ti stai divertendo? TI STAI DIVERTENDO?!
Romeo, perchè sei tu, Romeo?
Scusa, sai. Scusa, perchè di solito ti odio. Scusa perchè come ogni
aspettatrice pretendo troppo da te. Pretendo che tu, che tu e lei, agiate come
i personaggi di una tragedia. E siete così piccoli, dannazione, poco più che
bambini. Che ne sapete, voi, delle tragedie? Di giochi di potere, di re, di
eredità, di omicidi di corte, di vedove che sposano assassini, di omicidi di
stato, di guerre... che ne sapete? Quant'è bella Verona, in primavera.
Quanto è chiaro, il cielo. Quant'è facile essere nati ricchi, e nobili, e gli
scontri in strada con le famiglie rivali sono botte d'adrenalina, prove di
coraggio, roba da cuccioli appena appena feroci, coi denti accennati, qualche
graffio, qualche livido. Quant'è facile innamorarsi, lo sa il cielo! Tutte le
ragazze sono belle e nessuna è bella come quella per cui sospiri questa
settimana, anche se la prossima avrai già cambiato idea.
Cosa centrate, voi, con le tragedie?
Hanno tutti perso la bussola.
O Romeo, Romeo, perchè sei tu, Romeo? Che gl'è preso, al bardo, quella
mattina? Che cosa avete fatto per essere strappati alla commedia che tutto
sembrava promettere?
Ti sei caricata sulle spalle una storia troppo grande, e ti ha fatto a
pezzi la vita, te l’ha strappata. [...]
Vivono troppo in fretta, troppo veloci, troppe vite in una. In Shekespeare,
quelli come lui, come Jago, sono già condannati. Ce l’hanno nelle stelle, di schiantarsi,
di bruciare.
Lo disse proprio Solimano, in quel primo Acting Shakespeare, quello su Romeo e
Giulietta.
Ed è così, lo è davvero.
Perchè a volte andiamo a teatro con lo stesso spirito con cui guardiamo il
telegiornale. La pietà non vien fuori davvero, per le vittime. Per le tragedie.
Non è toccato a noi, ci sentiamo pietosi e comprensivi ma non è vero. Tutto
sommato c'è un vetro, fra noi e chi davvero s'è fatto male. Siamo tiepidi,
tanto in teatro quanto fuori, verso ciò che non ci riguarda direttamente. E a
me c'è voluta questa storia, questa tragedia, c'è voluto che mi arrivasse
dritta in pancia come i morsi di una disperazione, a ripetermi – maiuscolamente
– che non è una storiella d'amore finita male. È una tragedia.
Una strage. Che se accadesse oggi, ci sarebbe un funerale civile, e una lapide.
Per gli innocenti, tipo. Coi fiori e le commemorazioni ogni anno, e i parenti
delle vittime, e magari il sindaco, e le forze dell'ordine in alta uniforme, e
la banda. E non è che adesso lo amo, sto testo. Ma mi rendo conto di quanto lo
si sia sempre trattato male. Io per prima, non mi chiamo fuori. A farci i
conti, a fare i conti con quei corpi bianchi e neri tutti luce e buio, se ci si
pensa per bene è la più... la più. La più, delle tragedie
shakespeariane. La più ingiusta, senza nemmeno un movente politico, sotto. La
più insensata, la più sbagliata, del tutto priva di bussola e di ragione. E
puntualmente tre quarti della gente se lo dimentica. O, come me, non lo sa. E a
quel punto sforzarsi di ricomporre i pezzi, di dare un senso, un volto, un
corpo a quelle vittime...diventa un dovere. Una necessità. A volte si ciancia
di spettacoli necessari... ecco. Sì, questo è necessario.
Qualsiasi mio docente in dipartimento, qualsiasi mio collega, qualsiasi teatrante
probabilmente avrebbe di che dissentire. Ma Romeo e Giulietta e Mercuzio e gli
altri non sono brechtiane figurine ritagliate per rendere edotta la popolazione
su qualcosa. È il motivo per cui nonostante tutto sono shakespeariana. Sono
vivi. Cari spiriti, mi vien da pensare. Penso che ogni cosciente messa
in scena di un testo del genere debba essere in un certo senso un tentativo di chiudere
il cerchio, per citare Cyn. Hanno bisogno di una casa, quei ragazzi. Di
fermarsi, di tirare il fiato. Non aveva torto Anselmi, sono paradossalmente danteschi,
quei due. E ha ancora senso la canzone di cui parlavo all'inizio di questo
sproloquio: there's a place for us, dice. Romeo e Giulietta è
dargli un posto, dargli quel posto dove possono esistere.
Vorrei che tutti quanti si dimenticassero la storia, in modo da restare sul
serio sconvolti nel momento in cui tutto si spezza, si perde, comincia a
bruciare e a rotolare senza poter più fermarsi. È la storia di una caduta, ma
non ci fa paura perchè sappiamo già tutto quanto. Come le giostre, come quelle
attrazioni da gardaland e mirabilandia, che ti portano in alto in alto e poi ti
lasciano cadere giù, di botto.
Passi paura, ma non ti fai male.
Quando si rompe un ascensore è la stessa cosa, lo stesso precipitare, solo che
non c'è il cavo di sicurezza.
Buffo, in questi casi, quando i fatti di cronaca di questo genere finiscono sui
giornali o sui telegiornali, se ne parla sempre nei termini di una tragedia.
Una vera tragedia, una vera disgrazia. Fatalità, attentato,
crimine, caso. Vittime di una strage, una tragedia inaspettata, ancora
ignoti i mandanti e gli esecutori.
È rimasto un palazzo di tre piani, senza ascensore. La porta c'è, ma un
cartello scritto in piccolo avvisa gli inquilini che durante la settimana
verrà fatta manutenzione, promettono che il servizio verrà ripristinato.
Ma cos'è successo? Ah, non lo so, io ero fuori nel weekend, a trovare mia madre
in Abruzzo. Quella del secondo piano m'ha detto che devono essersi rotti i
cavi, o qualcuno li ha manomessi... Che storia! Ma davvero? Eh, così dicevano
sul giornale... E c'era dentro qualcuno? Si son fatti male?
Sì, cazzo. Si son fatti male.
Lo so che non era quello il senso, e nemmeno quello il titolo, ma questa non è
una recensione. Sono i miei occhi e la mia pancia e le mie mani martoriate
perchè ci ho piantato i denti per non sentire male.
Tre piani in caduta libera.
Sì, si son fatti male. Tutti quanti.
[e poi la damsiana che c'è in me mi scuote delicatamente prendendomi per la
spalla, e mi dice – ma piano - : sì, ok. Ma almeno dillo, cos'è che sei andata
a vedere, sciocca. Va bene. Si chiama Terzo piano senza ascensore,
la splendida operazione chirurgico/drammaturgica è di Olivia Papili,
alias Giulietta, la regia è dell'occhiceruleo Solimano Pontarollo, alias
Frate Lorenzo, Romeo è Luca di Cecilia, e Debora D'Andrea – Riccardo
Agostini – Alessandro Grilli sono il resto della banda di personaggi
e attori e corpi in luce (per cui ringraziamo il lucifero Michele Baronio).
So che dietro ci sta altra gente, ma non conosco i nomi e i volti, quindi è un
ringraziamento al teatrante ignoto, questo. Ma intanto con
nomecognome io cito pure Cinzia Storari, tutto l'elenco dei motivi lo
sanno Solimano e gli altri, e se non altro è la protettrice ufficiale dello
spettacolo. Io l'ho visto al Teatro dell'Orologio, a Roma, ma spero
– di cuore – che se ne vada a zonzo, sto spettacolo, e che altri lo possano
vedere.]
[se qualcuno è arrivato qui in fondo, complimenti. Sono stata logorroica, e me
ne strafrego. Girare due giorni con questo carico dentro, altezza-diaframma, è
complicato e problematico. Calcolando che per raccontare il resto della mia
permanenza romana ci vorrebbero altrettante righe, meglio che rimandi. Senza
offesa, ma stavolta loro avevano la precedenza.]
30 Settembre 2011
TERZO PIANO SENZA ASCENSRE - sab 1 e dom 2 - teatro dell'orologio - Roma
Sycamore T Company Presenta TERZO PIANO SENZA ASCENSORE Presso la Sala Orfeo – Teatro dell’Orologio Dal 1 al 2 ottobre 2011 Ore 21,00 Testo di Olivia Papili, liberamente tratto da Romeo e Giulietta di Shakespeare. Regia di e con Solimano Pontarollo. E con Riccardo Agostini, Debora D’Andrea, Luca Di Cecilia, Alessandro Grilli e Olivia Papili. Presentazione: “Un cuore piccolo si abitua all’infelicità e diventa docile, mentre un cuore grande si erge al di sopra della sfortuna” - Proverbio giapponese -
Giovane compagnia teatrale di belle speranze e pochi mezzi decide di
mettere in scena Romeo e Giulietta di Shakespeare. All’interno della
cornice, che svela dall’inizio il gioco della finzione, sgomita la
storia fino a prendere il sopravvento e a conquistare il palcoscenico,
quasi a raccontarsi da sé. E fin qui ci siamo. “E ci restiamo”.
Terzo piano senza ascensore è un viaggio fatto di treni, incontri,
luoghi e condizioni mentali e atmosferiche sereno variabili. Un viaggio
in cui abbiamo fatto accadere cose. Abbiamo iniziato in un modo, siamo
cambiati e ce ne andremo che siamo altro. Speriamo di accompagnare lo
spettatore attraverso l’itinerario che abbiamo tracciato, perché anche
se conosciamo la strada, ogni volta che la facciamo ci sono sempre cose
diverse. Terzo piano senza ascensore racconta la storia di
Shakespeare e anche la nostra. Racconta una lotta per essere in un
momento e in uno spazio ben precisi, qui e ora, dove in quel qui e ora
ci sono infinite possibilità, infinite potenzialità che si trasformano
in azione. Pensieri, parole, azioni. Nulla succede in realtà, “si fa
finta”, ma si fa finta sul serio. Nel qui e ora non puoi far finta di
far finta o non accade nulla. Durante le prove del nostro
laboratorio ACTING SHAKESPEARE si rincorrevano ritmo, musica e testo con
fisicità, improvvisazione ed echi letterari. Romeo e Giulietta nasce
commedia e si fa tragedia di opposti: amore e odio, luce e tenebre, vita
e morte, figli e genitori. Coppie di opposti, coppie contrapposte. E
Romeo e Giulietta sono figli del loro tempo, un tempo di padri contro
padri, figli contro padri, figli contro figli. Nella “bella” Verona, la
violenza e la morte si respirano. L’ambiente in cui vivono è un’eterna
fuga da qualcosa e in qualcosa. Mercuzio e Romeo si presentano come
Stoppard vede Rosencrantz e Guildenstern, Romeo e Giulietta parlano con
echi di Kafka. Incomprensibile e assurdo è questo tempo. E poi
avviene l’incontro, il caso: si crea valore con il coraggio delle
azioni, scontrandosi e scivolando tra gli scogli fino a crescere in alto
mare, come fanno Romeo e Giulietta. L’infelicità è soltanto nel cuore
di chi si è arreso. NOTE: Lo spettacolo nasce dalla
collaborazione di Olivia Papili – traduttrice e adattatrice di testi
inglesi e francesi per il teatro – e di un gruppo di artisti,
provenienti da molteplici realtà romane di propedeutica teatrale, con
Solimano Pontarollo, regista e attore veronese, diplomato alla Royal
Academy of Dramatic Arts di Londra in Acting Shakespeare.
Solimano Pontarollo proseguirà anche nel 2011/2012 i suoi stages di
Acting Shakespeare presso il Teatro Piccolo Re di Roma, Via Trebula 5,
Roma. Per informazioni contattare Serena Borelli 06.77591270; cell. 338.4789713 Indirizzo e-mail: piccolorediroma@gmail.com SALA ORFEO TEATRO DELL’OROLOGIO Roma – Via dei Filippini 17 00186 Roma Info e prenotazioni: Tel. 06.68.39.22.14 Prezzo biglietti: 15 – 12 –8 euro Ufficio Stampa Sycamore T Company Maya Amenduni
16 Settembre 2011
l’Universo dei Diritti Umani.
Ritorna a La Genovesa la Rassegna l’Universo
dei Diritti Umani.
Martedì 20 Settembre dalle 18.00 alle 23.00
MIGRANTI
documentari e testimonianze dei
registi Felice D’agostino e Arturo Lavorato
VINCITORI AL FESTIVAL DI
VENEZIA 2011 con l’ultimo lavoro sezione orizzonti.
18.00
Proiezione documentario “ il Canto dei nuovi emigranti”
Testimonianze dei registi D’Agostino e Lavorato. 19.30
Testimonianze su EQUOSUD Consorzio di produttori calabresi
.produttori autonomi, piccoli, che liberamente si tengono fuori dalla
vischiosa rete della grande distribuzione. Puntando ad una
sostenibilità per i consumatori, per l’ambiente e per i produttori.
con la
partecipazione di lavoratori africani e del coordinatore dell’Osservatorio Migranti Africalabria di
Rosarno
Buffet: i cibi migranti del Mediterraneo
21.00 Concerto “TERRADIMEZZO ” Memorie del
Mediterraneo.
Ilario Peretti alla voce
Elena Terragnoli: flauto
Paolo Marocchio : basso , chitarra classica, voce
Ernesto Da Silva: Percussioni
Alla scoperta del repertorio tradizionale dell’area
Mediterranea, di una sonorità senza confini ed etichette , antiche canzoni
rielaborate in forme musicali contemporanee. Prevalentemente acustico il loro
suono trova la sua “identità” giocando con la ricchezza dei repertori
tradizionali.
Un
caro saluto
Saveria 3487030340
Cooperativa 045541864
La
Genovesa
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